martedì 4 gennaio 2011

Gianmarco Chieregato Professione Fotografo

Gianmarco Chieregato
Professione Fotografo
A cura dell’Arch. Vilma Torselli www.artonweb.it

Curioso destino quello della fotografia, alla nascita identificata come antagonista dell’arte figurativa in grado di usurparne il ruolo di riproduttrice mimetica del reale, in seguito, quando pareva raggiunto, grazie alla sua mediazione, un approccio al mondo in termini di verità assoluta, neutralità ed acriticità totali, rivelatasi dotata di una sua intrinseca complessità ed ambiguità che la allontanano definitivamente dal ruolo iniziale.
Oggi la credibilità realistica della fotografia sembra definitivamente compromessa a favore di una sua interpretazione strettamente concettuale, come concettuale è tutta l’arte visiva, suffragando l’idea che le immagini fotografiche mentano dando ragione a William E. Smith quando afferma che la fotografia “è la più grande bugiarda che ci sia, complice la convinzione che essa ci mostri la realtà così com'è".
Ciò è vero specialmente se parliamo di ritratto, ‘genere’ molto popolare che in Italia affonda le sue radici nella tradizione ritrattistica del ‘300 e che ha assunto grande importanza nella storia dell’arte per il suo largo margine interpretativo: al di là del suo significato documentale, il ritratto si è caricato sempre più di motivazioni squisitamente psicologiche perché rappresenta un'assicurazione contro l'oblio, la confortante certezza che qualcosa ci sopravviverà fornendo ai posteri un’immagine di noi la migliore possibile, secondo un concetto del bello diversamente codificabile secondo l’epoca e il contesto sociale.
Oggi, sfatata la supposta neutralità etica della tecnologia che per sua stessa natura non si pone censure morali, la mendacità della fotografia è potenziata dall’utilizzo di sofisticate tecnologie digitali e programmi di ritocco ed elaborazione grafica alla portata di molti anche mediocri fotografi, rendendo sempre più difficile discernere l’impronta del genio creativo da quella dell’abile tecnicista.

Gianmarco Chieregato si occupa di fotografia da un tempo abbastanza lungo da poter costituire una documentata testimonianza non solo del suo percorso evolutivo personale e professionale, ma anche delle modificazioni dei costumi, delle tendenze, delle abitudini, dei miti e dei valori della società italiana degli ultimi trent’anni. Ciò perché si è espresso in ambiti tematici che riflettono significativamente le modificazioni di un concetto del bello intimamente connesso ai contenuti culturali della nostra società: la moda, la pubblicità e la ritrattistica di personaggi famosi dell'attualità, della cronaca, dello spettacolo, del cinema.
Così da costruire nel tempo un suo personale ‘stile’ personale e riconoscibile, improntato ad un equilibrio formale che denuncia un interiore bisogno di ordine ed una costante ricerca di armonia, come egli stesso sottolinea in un’intervista di qualche anno fa (http://www.artonweb.it/fotografia/articolo2.htm).
Senza trascurare la possibilità di cogliere al volo, per una sensibilità istintiva sorretta oggi da una lunga esperienza, volti e situazioni non premeditate in ritratti che egli definisce 'rubati' e che alla spontaneità e all'immediatezza dell'esecuzione devono la loro bellezza, Gianmarco Chieregato si caratterizza per la capacità di coniugare la padronanza del mezzo tecnico con un sostanziale controllo emotivo che lo colloca ‘nella’ foto, che fa intuire la sua partecipazione di soggetto attivo in contrappunto al soggetto passivo fotografato. Attraverso un linguaggio espressivo di immediata lettura, pulito e definito, giocato su pochi elementi essenziali fortemente significativi entro una sobria struttura compositiva, Gianmarco Chieregato porta alla luce una sorta di interiorità dell'immagine, interpretata secondo un’idea di bello estetico continuamente attualizzata eppure quasi atemporale.

Facendoci capire che la bellezza vera è prima di tutto una percezione mentale non influenzabile dalle mode e dal tempo, sempre più rara in un’epoca in cui l’uso indiscriminato del ritocco digitalizzato appiattisce entro schemi ripetitivi ed omologati un mare di immagini solo apparentemente diverse, proponendoci una bellezza seriale falsificata, perfetta, immutabile e disumana.