mercoledì 4 agosto 2010

La rubrica di Stefano Santori

4 agosto 2010
Secondo Wikipedia “L’ Homo oeconomicus è un concetto fondamentale della teoria economica classica: si tratta, in generale, di un uomo le cui principali caratteristiche sono la razionalità (intesa in un senso precipuo, soprattutto come precisione nel calcolo) e l’interesse esclusivo per la cura dei suoi propri interessi individuali. In particolare, la razionalità attribuita all’homo oeconomicus consiste nel fatto che egli:
• certe preferenze (ad esempio, preferisce le mele alle pere) che è in grado di disporre in sequenza: quindi, se preferisce le mele alle pere e le pere alle banane, egli preferirà senza fallo le mele alle banane (proprietà transitiva).
• è capace di massimizzare la sua soddisfazione utilizzando al meglio le sue risorse: egli tenderà a massimizzare la sua utilità (e non il suo profitto).
• è in grado di analizzare e prevedere nel modo migliore la situazione e i fatti del mondo circostante, al fine di operare la scelta più corretta in ordine a detta massimizzazione”
Sulla scorta di questa teoria molti economisti “classici” hanno formalizzato e “confezionato” le loro teorie.
Ma la domanda è un altra: ha senso parlare di Homo Oeconomicus alla luce di tutte le scoperte nel campo della psicologia, delle neurologia, dello studio del comportamento?
La risposta è decisamente negativa.
Uno dei primi studiosi a dimostrare che l’Homo Oeconomicus NON esiste è stato Amos Tversky che, insieme a Kahneman, mise a punto un modello in grado di mettere in luce le distorsioni cognitive cui ognuno di noi è costantemente sottoposto e che minano la famosa “razionalità economica” di base.
In modo particolare notarono che le persone, a differenza di quanto affermato dalle teorie razionali, compiono scelte ben diverse, influenzate da come le cose sono loro prospettate e da come le “sentono”, spesso anche a prescindere dall’evidenza matematica (che magari potrebbe condurre allo stesso identico risultato).
Di seguito alcuni esempi per farvi toccare con mano l’importanza di questa disciplina scientifica:
1) Avete in mano il primo numero originale del mitico fumetto Spiderman e volete venderlo su E-bay. Decidete di venderlo a 1.000 €. Ma ora, a mente fredda chiedetevi “pagherei io 1.000 € per averlo?”. Molte persone scopriranno una delle più diffuse trappole emotivo-cognitive: l’incongruenza tra quanto pagheremmo a quanto venderemmo lo stesso oggetto. E’ facile che noi non compreremmo mai quell’oggetto a 1.000 € (magari a 5-600 €) ma ci ostiniamo a mettere l’annuncio su ebay a 1.000 €!
2) Il concessionario vi dice che l’auto desiderata, a causa degli optional da voi scelti, non può più essere scontata (costava 21.000 € ma veniva 20.000 € scontata) ed il prezzo finale, 21.000 €, è definitivo. Allora cambiate concessionario: il nuovo vi dice che costa 20.000 ma viste le vostre richieste deve aumentare di 1.000 € il prezzo. Qual è la situazione migliore? La matematica ci dice che la cifra finale è la stessa ma gli esperimenti empirici di Tversky e Kahnemann mostrarono una netta preferenza per la rinuncia allo sconto. Fu chiamato “il principio dell’avversione alle perdite”, principio in base al quale è da preferire una rinuncia ad uno sconto (vantaggio) che un vero aumento di prezzo (perdita), pur essendo il risultato finale IDENTICO.
3) E per finire: uscite di casa e, nell’ordine, trovate a terra 100 € e poi, dopo pochi secondi, scoprite una multa da 100 € sul parabrezza dell’auto.
Siete felici o arrabbiati?
Ma se le cose fossero andate al contrario?
Uscite di casa e trovate la multa, poi, in sequenza, trovate vicino lo sportello dell’auto 100 €.
Siete felici o arrabbbiati?
Sul risultato matematico credo non ci siano dubbi, eppure la maggior parte delle persone sperimentano rabbia nel primo caso ed emozioni positive nel secondo.. ma + 100 – 100 è sempre ZERO!

Per ora ci fermiamo qui, ma le avventure all’interno della nostra meravigliosa macchina per elaborare informazioni (il misterioso cervello umano) sono appena iniziate e la strada da percorrere per diventare più “razionali” nelle nostre decisioni è ancora lunga!