martedì 26 marzo 2013

Claudio Costa, il medico "angelo custode" dei piloti MOTO GP


"A tutti i piloti di moto, agli eroi del Motomondiale, ai centauri che racchiudono nella vera vita l'immensa follia di Dioniso e la splendida luce della ragione di Apollo". È in questa frase, scritta su una lavagnetta magnetica appesa all’interno della Clinica Mobile, che si racchiude la personalità del Dottor Claudio Costa il medico “angelo custode” dei piloti del Motomondiale. Parlare col Dottor Claudio Costa è come ripercorrere la storia del motociclismo, le gesta di quegli eroi moderni capaci di giocare con la morte e che, in molti casi, sono diventati una leggenda

Dottore, come nasce la Clinica Mobile?

Credo che tutto sia iniziato prima ancora che io nascessi tanto che, nel ventre di mia madre, ero già dottore nel sogno di mio padre e, appena laureato, ero già il medico dei piloti. Quindi, da piccolo, come giocattoli ho avuto autodromi, moto e piloti. Mio padre mi ha trasmesso l’emozione, che si fonda sull’amore, per questi eroi che, a quei tempi, giocavano a scacchi con la morte e che affascinavano ancora di più la mente e il cuore di un ragazzo. Nel ’57, a 16 anni, durante la Coppa d’Oro organizzata da mio padre, sfuggi al suo controllo e, come solo un ragazzino sa fare, convinsi il custode dell’autodromo a farmi entrare in pista. Sono convinto che le corse debbano essere seguite da un punto specifico perché, tutta l’informazione che gira intorno a questi eventi, non stimola la fantasia di chi assiste alla gara. Mi misi alla curva delle acque minerali, sotto un pino che esiste ancora, e dopo poco cadde Geoffrey Duke che rimase esanime sulla pista. Entrai sul tracciato e tirai via prima il pilota e poi la moto, solo che venni fotografato e mio padre se ne accorse. Mi rimproverò molto severamente ma, allo stesso tempo, mi abbracciò mentre piangevo e mi disse che quella sarebbe stata la cosa che avrei fatto per tutta la vita.
Da quel primo soccorso, la laurea in medicina e poi subito sul campo?
No, mio padre dopo la laurea non ritenne che ero pronto per iniziare a seguire le gare e, quando invento la Daytona d’Europa, che si correva sulle 200 miglia, nel ’72 entro in pista per la prima volta come responsabile della sicurezza e del servizio di pronto intervento. Fu una cosa talmente efficace che, ancora oggi, viene preso come esempio da tutti i tracciati del mondo perché ho portato in pista il rianimatore: quella persona che è capace di salvare qualcuno anche se in condizioni gravi. Quel giorno i piloti mi chiesero di seguirli durante il mondiale e, così, ebbe inizio l’avventura. Partì con una borsa medica, per poi passare a un’auto medicalizzata fino all’odierna Clinica Mobile. Un atto d’amore nei confronti di quegli eroi per poterli curare subito in una realtà che, fino a quel momento, non sapeva cosa fosse la medicina d’urgenza.
È vero che al suo esordio la Clinica Mobile salvò subito delle vite?
Il 1 maggio 1977, data d’esordio della Clinica Mobile nel motomondiale, Fernandez si trovò coinvolto con Uncini, Ceccotto, Braun e Stadelmann in un pauroso incidente alla curva FahrerLager del circuito di Salisburgo. Quel fatidico giorno salvammo la vita ad Uncini e ci battemmo con tutte le nostre forze per ridare la vita a Stadelmann che poi perì all’arrivo in ospedale. In quei tragici momenti Patrick era stato sistemato su una barella dell’ospedale destinato, quasi abbandonato a se stesso in quanto tutti si stavano adoperando per assistere gli altri piloti feriti.  Lo avvicinai quasi per caso. Lo guardai e vidi il pallore cinereo della morte che stava invadendo il suo viso. Spinsi la barella aiutato da un infermiere che non sapeva esattamente quello che volevo fare e lo sospingemmo attraverso le porte delle sale operatorie direttamente in mano al personale medico che in quel momento stava per iniziare a operare i pazienti posti in lista nei giorni precedenti.
Capirono subito la gravità e operarono d’urgenza Patrick per arrestare la fatale emorragia dovuta alla rottura di alcuni organi interni fra cui stomaco e duodeno. Negli anni a seguire, quando ancora la sicurezza sulle piste non aveva raggiunto i livelli attuali, abbiamo salvato decine e decine di vite come Virginio Ferrari, Corrado Catalano, Graziano Rossi, Locatelli, Mick Doohan, Capirossi, Reggiani, Carlos Checa. Tutti piloti ai quali abbiamo dato un respiro e un battito al cuore che si era fermato.
Per lei cos’è un pilota?
È una persona che, seppur ferita, si alza per inseguire il proprio sogno anche a costo della propria vita. La Clinica, così, si veste di sacro e credo che si possa fare un paragone con “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergamn dove il cavaliere Block gioca a scacchi con la Morte sapendo già di perdere. Quando un pilota che mentre corre gioca con la morte e cade, non può lasciarla libera di pensare ad altro ma la vuole impegnare subito per portarle via il tempo anche se non so, oggi, se il pilota ferito voglia ancora continuare la partita o vada dalla scienza per chiedere di guarire. Nella sicurezza c’è sempre la dolcezza della protezione ma non c’è la felicità, dall’altra parte c’è la felicità ma c’è il rischio.
I piloti la considerano, da sempre, il loro angelo. Questo è un peso, una gioia, una soddisfazione?

Bhe, se devo guardare bene le cose sono più un demonio perché se faccio correre un pilota ferito vengo demonizzato! Questo “angelo” deve essere definito: loro mi chiamano così perché sono il custode dei loro sogni.

Qual è stato il suo segreto?
Credo di essere stato in grado, in quarant’anni di esperienza, di aver capito il cervello dei piloti. Un cervello anarchico che, spesso e volentieri, non reagiva nemmeno ai farmaci ma continuava a combattere per quella voglia di vincere. Sono diventato il medico più famoso del mondo pur essendo mediocre: però ho capito come stavano le cose nel mondo del motociclismo. Io non ero l’espressione della sicurezza, anzi, ho calpestato tutti i limiti facendo correre fratture di clavicole, gente con febbre a 41°, fratture di piede. Eravamo nel mondo della follia dove tutto aveva un senso, perché la libertà e il desiderio dominano l’essere umano. Trovandosi un giorno con la morte che ti vuole portare via, vinci la partita con lei, e guardandola negli occhi poterle dire di aver vinto anche se ti è stata rapita buona parte del corpo. L’esempio di tutto questo è Alex Zanardi perché ha dimostrato che, anche senza le gambe, la felicità la si può conquistare.