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lunedì 4 ottobre 2010

Francesco Cossiga, il picconatore visto dall'amico Chessa ( di Alessandra Mura )

Fervido protagonista, nella storia della Repubblica, di tante vite istituzionali. Amato, apprezzato, discusso, condannato, ha sempre suscitato forti reazioni tra le fila politiche,ma anche tra la folla. Un picconatore, lo avevano definito con le bordate e la forza sarcastica del suo verbo. “Lavorare con Cossiga e stata una delle cose più importanti e significative del mestiere di giornalista, oltre al piacere dell’amicizia” A raccontarci il rapporto con l’ex capo dello Stato, il vicedirettore di “Panorama”, Pasquale Chessa, che lo ha vissuto e ricordato attraverso tre pubblicazioni, dai racconti di sapore biografico alla ricostruzione del carattere politico italiano, da Cavour a Togliatti. Ma Il Cossiga amico e politico, ha lasciato una profonda impronta nell’animo di Chessa, che lo considera uno dei massimi interpreti intellettuali della politica italiana. “Osservare Cossiga, spiega Il vicedirettore, era come stare dentro un teatro, dove non pagavi biglietto ed eri parte dello spettacolo senza essere coinvolto dai meccanismi”. In Italia, ricorda Chessa, i politici stavano dentro i giochi di potere e lui che faceva parte delle istituzioni, vi partecipava interpretandoli a modo suo, in un momento in cui però il mondo politico stava cambiando. “Lui, secondo me,faceva finta di non capire quello che stava succedendo ma cercava soprattutto di correggere il cattivo funzionamento e l’asservimento delle istituzioni alla politica. Non capiva perché i partiti erano più forti dei rappresentanti delle istituzioni e ha sempre voluto cambiare questa profonda falla del sistema”. Pasquale Chessa, nella sua intervista in esclusiva per Slide Italia, spiega di essere tra coloro che ritengono Cossiga un rivelatore, che non si sia portato con se chissà quale segreto, come tanti sostengono. “Tutto ciò che doveva dire, in un modo o nell’altro, soprattutto nel suo modo, lo ha già detto”. “E nei libri che ho scritto di lui e con lui, si può osservare l’impronta di Francesco Cossiga, attraverso i suoi discorsi, le sue dichiarazioni stampa, le sue provocazioni cariche di sarcasmo, e il suo carattere sardo che è sempre stato determinante nelle scelte di vita”. Nell’ultima fatica risalente al 2006, Cossiga e Chessa hanno elaborato a 4 mani, la storia politica dell’Italia, diventando come Caronte i traghettatori all’interno del girone dei politici, da Cavour a Togliatti e De Gasperi, analizzandone i tessuti semiotici. “Francesco Cossiga tra l’altro era convinto che i sardi fossero una particolare razza: partiva da un idea di patriottismo isolano, convinto che il sardo era doppiamente italiano in quanto sceglieva di essere dapprima sardo e poi italiano, rafforzando cosi, l’idea stessa di italianità.
Nella storia che cambiava e ogni tanto presentava il conto, Cossiga è rimasto elasticamente fedele a una sua idea della politica e del mondo, rapportando le proprie scelte ai cambiamenti della sua epoca finché questa, crollato il Muro di Berlino, non si è conclusa. Ne è un esempio il sostegno accordato al governo D’Alema, che sanciva, come lui stesso spiegò espressamente, la fine della “conventio ad escludendum” verso i comunisti italiani.
In maniera più superficiale, il grande cambiamento di Cossiga è sempre stato individuato nel corso del suo settennato al Quirinale, quando il riserbo fedele alla sua isola, lo aveva accomunato al cugino Enrico Berlinguer. Questa sua riservatezza fu sostituita da un’ inaspettata vena “esternativa” che lo trasformò nel Picconatore. Ma qualsiasi segreto o verità, giudizio o sentenza che l’ex capo dello Stato ha riservato agli italiani, l’impronta di riverenza alla vita politica e l’amore cattolico professato liberamente per la patria, ha disegnato l’ icona di uomo politico che è stato protagonista, nel bene e nel male, della storia delle istituzioni.
In riferimento alle sue esequie, Cossiga ha chiaramente espresso che “siano invitati il Presidente della Regione della Sardegna, il presidente del Consiglio regionale sardo nonchè i sindaci di Sassari, Chiaramonti, Bonorva e Siligo. Ho dispensato, salvo loro diversa decisione, i miei familiari dal partecipare a queste onoranze e prego lei, il presidente del Senato della Repubblica e qualunque altra autorità non di voler fare premura alcuna, ancor che certamente cortese, nei loro confronti”.
In conclusione un saluto alla Repubblica come aveva fatto nelle altre missive, Cossiga ricorda che “fu per me un grande onore e immeritato privilegio servire la Repubblica nel Governo, da sottosegretario di Stato, da ministro e da presidente del Consiglio dei ministri: e questi miei sentimenti la prego di voler partecipare ai suoi eminenti colleghi del Consiglio dei ministri unitamente alla mia ferma conferma di fede civile nella Repubblica, nella Nazione e nella Patria». La chiusura è identica a quella contenuta in tutte le lettere “Che Iddio protegga l’Italia”.

FRANCESCO COSSIGA :
LA BIOGRAFIA

Uomo delle istituzioni, figura politica di riferimento degli ultimi sessant’anni di storia italiana, un punto fermo del cattolicesimo. Il 9 Agosto 2010 scompare un icona del governo nazionale. L’Italia intera saluta con un caldo addio Francesco Cossiga. L’ex capo dello Stato se n è andato alle ore 13.18, al Policlinico Gemelli di Roma, dove era ricoverato in rianimazione per un’ insufficienza cardiorespiratoria. Dopo giorni di cauto ottimismo, Cossiga ha avuto una crisi irreversibile. Il mondo politico piange la sua morte, il cordoglio umano arriva da ogni parte del mondo.
Prima di raccontare Francesco Cossiga attraverso le testimonianze di chi lo ha vissuto, cercando di scoprire i segreti che ha portato con se, vediamo di ripercorrere brevemente le tappe più salienti della sua vita e i traguardi raggiunti durante l’ascesa al governo.
Nato il 26 luglio del 1928 da una famiglia borghese, repubblicana e anti-fascista. A sedici anni si diplomò, in anticipo di tre anni sulla tabella di marcia. L’anno successivo si era già iscritto alla Democrazia Cristiana e tre anni dopo si laureò in giurisprudenza. A soli vent’anni dunque, nel 1948 inizia una carriera universitaria che gli sarebbe valsa la cattedra di diritto costituzionale dell’Università di Sassari. In quegli anni ha fatto parte della FUCI con ruoli di primo piano nell’organismo di Sassari e a livello nazionale. Alla fine degli anni cinquanta, ancora trentenne, iniziò la sua folgorante carriera politica a capo dei cosiddetti giovani turchi sassaresi: nel 1958 viene eletto deputato per la prima volta, e pochi anni dopo , il 23 febbraio 1966 assume l’incarico di Sottosegretario alla difesa. Il più giovane fino ad allora ad aver assunto un incarico di quella portata. Dal novembre 1974 al febbraio 1976, divenne Ministro della Pubblica Amministrazione nel Governo Moro. Il 12 febbraio 1976, a 48 anni, divenne Ministro degli interni. I primi anni al Viminale non furono facilissimi. L’11 marzo 1977, nel corso di durissimi scontri tra studenti e forze dell’ordine nella zona universitaria di Bologna, venne ucciso il militante di Lotta continua Pierfrancesco Lorusso. Alle proteste degli studenti, Cossiga, allora titolare del Ministero dell’interno, rispose mandando veicoli trasporto truppa blindati nella zona universitaria. Quest’ azione innescò una protesta degli studenti che storpiarono il suo nome con una kappa iniziale ed usando la doppia esse delle SS naziste. Nel gennaio 1978 creò i reparti della polizia Nocs e dei Carabinieri GIS; soprattutto riformò i Servizi Segreti dando loro la configurazione che avrebbero mantenuto fino alla successiva riforma del 2007. Nel marzo 1978, quando fu rapito Aldo Moro dalle Brigate Rosse, creò rapidamente due “comitati di crisi”, uno ufficiale e uno ristretto, per la soluzione della crisi stessa. Ma il caso Moro toccò profondamente l’animo del Ministro. Cossiga infatti diede le dimissioni in seguito al ritrovamento del cadavere del presidente della DC in via Michelangelo Caetani a Roma. Al giornalista Paolo Guzzanti disse: “Se ho i capelli bianchi e le macchie sulla pelle è per questo, perché mentre lasciavamo uccidere Moro, me ne rendevo conto, perché la nostra sofferenza era in sintonia con quella di Moro”. Appena un anno dopo, il 4 agosto 1979, fu nominato Presidente del Consiglio dei ministri, rimanendo in carica fino all’ottobre del 1980. Cossiga ,come Presidente del consiglio, fu proposto dal PCI, per la messa in stato di accusa da parte del Parlamento, con una procedura conclusasi con l’archiviazione nel 1980. L’accusa era di favoreggiamento personale e rivelazione di segreto d’ufficio. Dopo un periodo di allontanamento dalla vita pubblica, nel 1983 si candida al Senato nel collegio Tempio-Ozieri e viene eletto Presidente del Senato della Repubblica. Nel 1985 divenne l’ottavo presidente della Repubblica Italiana, succedendo a Sandro Pertini. Per la prima volta nella storia repubblicana, l’elezione avvenne al primo scrutinio, con una larga maggioranza (752 su 977 votanti). Cossiga ricevette il consenso oltre che della DC anche di PSI,PCI, PRI, PLI, PSDI e Sinistra indipendente. La presidenza Cossiga fu sostanzialmente distinta in due fasi quasi eterogenee. Nella prima si avvalse dell’appellativo di “Presidente notaio”, dovuto al suo modo rigoroso di osservare le forme della Costituzione; nella seconda fase, dove si succedettero polemiche e battute, relativamente alla crisi dei partiti della DC e del PCI, sotto il fracasso dei media e dei riflettori, il Presidente venne nominato “il Picconatore”, per il suo modo di prendere a “picconate” questo sistema. Gli attacchi a Cossiga nel 1990 sono accaniti, sprezzanti, commiserevoli; qualcuno propose perfino di farlo ricoverare in una casa di cura. Lui, tra l’altro rispose per le rime, dichiarando che “un conto è fare il pazzo, un conto è esserlo”. Questo soprattutto dopo che il 23 dicembre è esploso il Caso Gladio che Cossiga ne ha difeso -da impavido- la piena legittimità.
I “nemici” e “amici” attaccano con veemenza il “caso Gladio”, e parlano di “organizzazione illegale”, di “cospirazione”, perché operante all’insaputa del Parlamento italiano e in violazione all’articolo 18 della Costituzione. Di parere diverso è Cossiga, che della Gladio e dei “gladiatori” prende le difese. Al messaggio di fine d’anno 1990, sconcerta, interrompe la lettura del testo ufficiale, tira fuori dalla tasca un foglietto di carta e legge “un saluto riconoscente ai patrioti... brava gente”.
Si sfiora la crisi istituzionale con il Presidente che è sul punto di “auto-sospendersi” .Cossiga si dimise dalla Presidenza della Repubblica il 28 aprile 1992, a due mesi dalla scadenza naturale del mandato, annunciando il 25 Aprile le sue dimissioni con un discorso televisivo. Fino al 25 maggio, quando al Quirinale fu eletto Oscar Luigi Scalfaro, le funzioni presidenziali furono assolte, come previsto dalla Costituzione, dall’allora Presidente del Senato, Giovanni Spadolini. Sfaldatasi la DC ed essendosi i suoi esponenti divisi fra i due poli di centrosinistra e centrodestra, Cossiga decise in un primo momento di ritirarsi dall’attività di partito e di svolgere soltanto l’attività di senatore a vita. Successivamente, nel febbraio del 1998, diede vita ad una nuova formazione politica, l’UDR (Unione Democratica per la Repubblica), con l’intenzione di costruire un’alternativa di centro e ricompattare le forze ex-democristiane. Quando Rifondazione comunista fece mancare il suo appoggio al governo Prodi , che venne battuto alla Camera per un voto, Cossiga fu determinante per la formazione del governo D’Alema. Il suo appoggio venne deciso, come lui stesso spiegò,per sancire la fine della “conventio ad excludendum” nei confronti del PCI. Per l’occasione, Cossiga regalò al neo-capo del Governo in Parlamento un bambino di zucchero, ironizzando un luogo comune su usanze cannibalistiche dei comunisti. Il senatore Marcello Pera, in quel periodo, gli lanciava epiteti come discendente di barbaricini, briganti e rapitori, a cui rispondeva ricordando le proprie origini familiari “contrariamente a chi ha un cognome di cosa, come si usava dare alle famiglie, la cui origine era ignota”.
Cossiga aderì all’Udeur di Clemente Mastella in maniera puramente simbolica, per fuoriuscirne definitivamente il 6 novembre 2003, quando in Senato abbandonò il gruppo misto per iscriversi al Gruppo per le autonomie. Nel giugno 2002 ha annunciato le dimissioni da Senatore a vita, che peraltro non ha presentato. Alla fine del 2005, ha pubblicato sul quotidiano Libero una lettera nella quale ha annunciato di non volersi più occupare attivamente della politica italiana,ma non pare avervi dato pienamente seguito. Il 15 maggio 2006 presenta in Senato il DDL Costituzionale n. 352, per la riforma delle istituzioni Sarde e il riconoscimento della Nazione Sarda. Il 19 maggio 2006 ha votato la fiducia al governo Prodi. Il 27 novembre 2006 ha presentato al Presidente del Senato, Franco Marini, le dimissioni da senatore a vita, ritenendosi «ormai inidoneo ad espletare i complessi compiti e ad esercitare le delicate funzioni che la Costituzione assegna come dovere ai membri del parlamento nazionale». Le dimissioni sono state respinte dal Senato in data 31 gennaio 2007. Nel 2008 Cossiga, ha votato la fiducia al Governo Berlusconi,come già aveva fatto nel1994. Negli ultimi anni, nonostante l’ avanzare dell’età,e qualche problema di salute, Francesco Cossiga, è sempre stato lucido, vivo e pulsante. Si spegne il 9 Agosto 2010.

Il giorno dopo la sua morte, ecco pubblicati i testi di delle 4 lettere indirizzate alle più alte cariche dello Stato: al Presidente della Camera Fini, al Presidente del Senato Schifani, al Capo dello Stato Napolitano, al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Al Presidente del Senato «Onorevole Presidente del Senato della Repubblica nel momento in cui il giudizio sulla mia vita è misurato da Dio Onnipotente sulle verità in cui ho creduto e che ho testimoniato e sulla giustizia e carità che ho praticato, professo la mia Fede Religiosa nella Santa Chiesa Cattolica e confermo la mia fede civile nella Repubblica, comunità di liberi ed uguali e nella Nazione italiana che in essa ha realizzato la sua libertà e la sua unità. Fu per me un onore grande servire la Repubblica, a cui sempre sono stato fedele; e sempre tenni per fermo onorare la Nazione ed amare la Patria. Fu per me un privilegio altissimo: rappresentare il Popolo Sovrano nella Camera dei Deputati prima, del Senato della Repubblica quale Senatore elettivo, Senatore di diritto e a vita e Presidente di esso; e privilegio altissimo fu altresì servire lo Stato nel Governo della Repubblica quale membro di esso e poi Presidente del Consiglio dei Ministri ed infine nell’ufficio di Presidente della Repubblica. Nel mio testamento, ho disposto che le mie esequie abbiano carattere del tutto privato, con esclusione di ogni pubblica onoranza e senza la partecipazione di alcuna autorità. Per quanto attiene le onoranze che i costumi e gli usi riservano di solito ai membri ed ex-Presidenti del Senato, agli ex-Presidenti del Consiglio dei Ministri ed agli ex-Presidenti della Repubblica, qualora Ella ed il Governo della Repubblica decidessero di darne luogo, è mia preghiera che ciò avvenga dopo le mie esequie, con le modalità, nei luoghi e nei tempi ritenuti opportuni. Voglia porgere ai valorosi ed illustri Senatori il mio ultimo saluto ed il mio augurio più fervido di ben servire la Nazione e di ben governare la Repubblica al servizio del Popolo, unico sovrano del nostro Stato democratico. Che Iddio protegga l’Italia!».

Al Capo dello Stato
“Signor Presidente, Le confermo i miei sentimenti di fedeltà alla Repubblica, di devozione alla Nazione, di amore alla Patria, di predilezione della Sardegna, mia nobile Terra di origine. Fu per me un grande onore servire immeritatamente e con tanta modestia, ma con animo religioso, con sincera passione civile e con dedizione assoluta, lo Stato italiano e la nostra Patria, nell’ufficio di Presidente della Repubblica. A Lei, quale Capo dello Stato e Rappresentante dell’Unità Nazionale, rivolgo il mio saluto deferente e formulo gli auguri più fervidi di una lunga missione al servizio dell’amato Popolo italiano. Con viva, cordiale e deferente”


Al Presidente della Camera
«Signor Presidente, nel momento in cui nella fede cristiana lascio questa vita, il mio pensiero va alla Camera dei deputati, nella quale, per voto del popolo sardo, entrai nel 1958 e fui confermato fino al 1983, anno in cui fui eletto senatore. Fu per me un grandissimo e distinto privilegio far parte del Parlamento nazionale e servire in esso il Popolo, sovrano della nostra Repubblica. Professo la mia fede repubblicana e democratica, da liberaldemocratico, cristianodemocratico, autonomista-riformista per uno Stato costituzionale e di diritto. Professo la mia fede nel Parlamento espressione rappresentativa della sovranità popolare, che è la volontà dei cittadini che nessun limite ha se non nella legge naturale, nei principi democratici, nella tutela delle minoranze religiose, nazionali, linguistiche e politiche. Ringrazio i parlamentari tutti per il concorso che in tutti questi anni hanno dato con l`adesione o con l’opposizione, con l’approvazione o con la critica alla mia opera di politica. A tutti i deputati e a Lei, Signor Presidente, l’augurio di un impegnato lavoro al servizio della libertà, della pace, del progresso del popolo italiano. Dio protegga l’Italia».

Al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi Cossiga spiega le sue ultime volontà relativamente ai funerali:
“Qualora dopo il mio seppellimento le Autorità competenti dello Stato decidessero una qualche forma di onoranza pubblica - che peraltro io riterrei più opportuno non avesse luogo - è mio desiderio: che in essa trovi posto un momento religioso, secondo i riti della Santa Chiesa cattolica; che il catafalco sia ornato dalla bandiera italiana e da quella tradizionale sarda; che nella rappresentanza armata siano compresi: per l’Esercito elementi dei Granatieri di Sardegna, per la Marina elementi del Comsubin, per l’Arma dei Carabinieri e per la Polizia di Stato elementi rispettivamente del Gis e di Nocs, corpi da me fondati”.