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giovedì 4 novembre 2010

L’Arte Ribelle a cura dell’Arch. Vilma Torselli

Sdoganata dall’autorevole intervento di Vittorio Sgarbi che nel 2007 l’ha ufficializzata con la mostra “Street Art Sweet Art” al PAC di Milano, la street art, graffitismo metropolitano, aerosol art o comunque la si voglia chiamare è ormai entrata a far parte dell’immaginario collettivo come il linguaggio artistico più autenticamente paradigmatico dei nostri tempi.
A partire dagli anni ’80, dalla aerosol culture e dal movimento hip hop, evolvendo rapidamente dall’iniziale lettering al figurativo, questa forma d’arte istintiva, dura, trasgressiva, che scaturisce da un’esplosione energetica quasi biologica in una condizione spontanea priva di regole, inventa una sua scrittura semio-linguistica per veicolare messaggi sovversivi a carattere sociale e politico.
Come tutti i fenomeni culturali spontanei, la street art si è in breve diffusa con una forza di penetrazione incontenibile invadendo i muri delle nostre città, tanto che agli amministratori pubblici è sembrato inevitabile e conveniente farci i conti: perché se questi enfants terribles, questi writers irriducibilmente fuori dagli schemi nel buio delle notti metropolitane riescono a realizzare in tempi incredibili e in condizioni proibitive acrobatiche performances sui frontespizi delle case, sui muri di cinta, nei sottopassaggi, sui ponti, sui tetti, sui vagoni ferroviari, nel metrò tanto vale che ce ne facciamo una ragione e veniamo a patti.
Deve esserselo detto Letizia Moratti, sindaco di Milano, quando ha deciso di ‘devolvere’ alle loro micidiali bombolette circa 1000 mq di muri cittadini per opere che verranno anche pagate (poco) sul tema ‘La città che vorrei’, seguendo l’esempio di Roma che già nel 2007 ha preso analoga iniziativa.
Ed è del luglio scorso, sempre a Milano, la realizzazione di un graffito collettivo di 170 mq nel cinquecentesco chiostro del Museo della Scienza e della Tecnologia, durante una maratona di 24 ore con l’impegno di 40 tra i migliori writers italiani.
Sembrerebbe quindi momentaneamente archiviato il recente passato di cacce al writer, polemiche, denunce, arresti, multe e condanne, visto che la street art entra in un museo nazionale dalla porta principale e con regolare autorizzazione, per la sua sola natura di ‘opera d’arte’.
Sulla possibilità/probabilità che la legalizzazione di un fenomeno nato come portatore di una carica sovversiva e oppositiva nei confronti della società possa favorirne l’assorbimento entro un sistema organizzativo e commerciale, tradendone le origini, sono d’accordo in molti : Gionata Gesi, “Ozmo”, tag ben nota nel mondo dell’underground e della street art, alla domanda “Quanto e perché conta nel writing il fattore illegalità?” così risponde: ”Certo che la componente di ribellione e vandalismo è importante, e fa di questo fenomeno un qualcosa di molto energico. Questo non significa che non esiste writing senza illegalità. Il punto credo sia comunque andare oltre ai limiti,….”.
Oltre i limiti …. sull’onda di una creatività istintiva, ad alto tasso di adrenalina, per la quale “la componente illegale rimane comunque irrinunciabile; innanzitutto perché è all’origine del movimento […..] e poi perché l’azione illegale può dare emozioni indipendenti dalla realizzazione del lavoro. “ dichiara la writer blogger Giulia B.
Certamente non c’è relazione necessaria tra l’atto del writing in sé, su base sovversiva e contestatrice, ed i suoi valori artistici, non basta fare opera di disturbo e di denuncia per fare arte, così come non è necessario che l’arte per essere tale sia provocazione ed opposizione.
Tuttavia, se il vero spirito della street art risiede in una sorta di guerriglia creativa mirata alla riappropriazione degli spazi urbani, oggi massicciamente invasi dalla pubblicità, collocandosi nella famiglia allargata della Culture Jamming (sniggling, sticker art ecc.), sembra arbitrario ogni tentativo di ‘metterla in (bella) mostra’ in una galleria o in un museo, estrapolandola dal suo contesto di origine: “le tele sono parodie delle cose in strada ma più brutte”, parola di Ozmo, che condanna ogni tentativo di equiparare il writing ai parametri dell’arte contemporanea.
Il writing, infatti, non cerca il consenso sociale, non aspira a coinvolgere la collettività né a guadagnarsi un posto nel salotto buono, “ il fenomeno Writing è fondamentalmente autoreferenziale, dialoga con sé stesso e raramente coinvolge chi non ne fa parte” dice Andrea Caputo, ideatore e curatore del progetto editoriale ‘All City Writers’, una sorta di bibbia dell’aerosol art.
Che è un’arte provvisoria, clandestina, non addomesticabile, nata in strada, aggressiva come un animale selvaggio, impossibile da musealizzare entro i confini di uno zoo sperimentale.

Se non vogliamo rischiarne l’estinzione.