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giovedì 4 novembre 2010

Recensione Film : LA PASSIONE

Presentata in Concorso alla recente Mostra del Cinema di Venezia, “La passione” di Carlo Mazzacurati fa onore al nostro cinema, alla sua tradizione e al contempo alla sua capacità di rinnovarsi nel linguaggio. In primo luogo, emerge una precisione di scrittura di rarissima qualità, in grado di delineare personaggi costantemente sopra le righe, ma quasi mai irritanti. Malgrado il contesto realistico e lo spunto narrativo colto nella carne viva della triste attualità cinematografica italiana, non ci troviamo nella commedia di costume, ma più dalle parti della pura comicità, in cui i personaggi sono incarnazioni di gigantesca stortura umana, alcuni quasi ridotti a figurine da cartone animato. Ma è la costruzione narrativa, il rutilante fuoco di fila di gag verbali e visive che lascia letteralmente a bocca aperta. Il ritmo è “un minuto: una gag”, senza mai pervenire alla totale stilizzazione, bensì mantenendosi in prodigioso equilibrio sul filo della verosimiglianza. Abbiamo intervistato l’artefice di questo piccolo gioiellino italiano, Carlo Mazzacurati.

Come ha lavorato su questa ‘commedia poetica’, così come l’ha definita Silvio Orlando?

M. Dall’inizio ho cercato di far di tutto perché questa storia avesse la libertà di crescere con il vigore, la forza di qualcosa che non va chiusa, inscatolata. E’ un film che è nato da un’idea e all’inizio non si pensava neppure di poterlo tradurre in una pellicola. Raccontavo questa storiella così, ma pensavamo finisse lì, non ci fosse che un racconto da scambiarsi a voce. Poi mi sono accorto che valeva la pena lavorarci, vedere se aveva la sostanza per diventare materia per il cinema. Abbiamo provato a lavorarci con gli sceneggiatori e da lì ha preso la sua strada, è diventata questo film, seguendo un percorso tortuoso, complesso come sempre succede quando si fa cinema pensato. Ci sono voluti tre anni, un anno per scrivere una sceneggiatura calibrata; il lavoro con gli attori è stato molto importante.

Per esempio prima abbiamo incontrato lo sceneggiatore Marco Pettenello che insieme a lei, a Umberto Contarella e Doriana Leondeff, ha lavorato ad alcune tra le battute più esilaranti del film. Ci ha detto che molte cose sono nate, come spesso accade, sul set. Non scritta nella fase iniziale, per esempio, era l’immedesimazione attraverso le immagini fra Gianni Dubois, il regista interpretato da Silvio Orlando, e il Cristo in croce del quadro del Trecento che per incuria, l’uomo ha danneggiato.

M. C’era l’idea che, senza capire come, forse per distrazione, per superficialità Gianni si rendesse conto, non occupandosi di questo piccolo appartamento che ha in Toscana, di aver causato un disastro: non ha mai fatto sistemare le tubature e queste purtroppo sono andate a rovinare un affresco di una piccola chiesa che sta sotto l’appartamento; questo se capitasse, per un artista, sarebbe uno dei guai più indescrivibili a memoria d’uomo.
Questo film comunque è stato uno spunto interessante per parlare dell’arte “alta” e dell’arte “bassa”, della disperazione in cui si trovano tanti artisti...

M. Questa storia contiene continuamente una sovrapposizione e una contrapposizione tra l’arte con la A maiuscola e quella dei guitti, per intenderci; in fondo è un lungo avvicinarsi di un gruppo di disgraziati, una sorta di armata brancaleone guidata da questo regista -un po’ in crisi, un po’ a corto di idee -verso un qualcosa che loro malgrado diventa profondo, alto e mi sembra, lo vedo anche dalle reazioni degli spettatori, toccante; questo mi fa molto piacere.

Per ascoltare le interviste al cast completo di “La Passione” vi rimandiamo al sito web www.radiocinema.it