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giovedì 4 novembre 2010

Rendere significative le informazioni - di Stefano Santori

LA SCALA DI ASTRAZIONE
Una ricerca effettuata da un celebre psicologo, George Miller, tesa all’individuazione dei particolari posti in atto durante il processo di ritenzione e gestione conscia delle informazioni, pose in evidenza la caratteristica di ogni essere umano di gestire solo 7(+-)2 blocchi di informazioni alla volta (il che vuol dire un massimo di 9 ed un minimo di 5 blocchi di informazione). La grandezza di ogni blocco varia a secondo degli argomenti trattati, al tipo di persona ed ai suoi specifici interessi. In tal senso lo studioso Alfred Korzybski definì la cosiddetta “scala di astrazione” ossia la tendenza di ognuno ad utilizzare un linguaggio più o meno vago nel raccontare o definire un evento o un argomento: praticamente la capacità di astrarre i contenuti presenti nella mente conscia.

IL CHUNKING
Nella terminologia della PNL questo processo di astrazione viene definito “chunking” e si suddivide in “chunk up” quando si parte dal dettaglio e ci si muove verso una visione d’insieme e “chunk down” quando un insieme viene via via scomposto nei singoli elementi specifici. In ambito professionale individuare questa tendenza nei propri interlocutori (siano essi parte del management piuttosto che collaboratori) è fondamentale non solo per predisporre una ipotetica conversazione su di un medesimo piano ma anche per calibrare, nel giusto modo, eventuali assegnazioni di compiti che richiedono un adeguato trasferimento di informazioni.

I QUATTRO LIVELLI DI ASTRAZIONE
Secondo la PNL i quattro livelli di astrazione che può presentare un individuo sono i seguenti:
- Modalità astratta – visione del quadro generale.
- Modalità da astratto a specifico – visione generale nella quale inserire i dettagli.
- Modalità specifica – visione dettagliata dei singoli elementi.
- Modalità da specifico a astratto – visione dei dettagli per arrivare al quadro d’insieme.
Spesso capita che la comunicazione usi un gran numero di messaggi o parole sottintese che, il più delle volte, servono ad evitare inutili ripetizioni, ma che, altre volte, provocano terribili malintesi, soprattutto quando sostituiamo la nostra interpretazione personale della realtà con quella effettiva ed obiettiva. Quando cominciamo a costruire il nostro bagaglio di esperienze personali accrescono in noi i filtri e tramite questi il nostro modo di percepire la realtà acquista un significato soggettivo. E’ così che comincia a primeggiare un senso rispetto agli altri, che prevale una rappresentazione sensoriale rispetto ad un’altra, tanto che noi dimentichiamo gli altri sensi e pensiamo, purtroppo non a giusta ragione, che il nostro modo di percepire ciò che ci circonda corrisponda a quello altrui.

IL LINGUAGGIO METAFORICO
L’uso della metafora, ossia di una storia, più o meno lunga, basata su circostanze reali o immaginarie, ha una potenza comunicativa indiscussa.
La metafora è in grado di trasferire un messaggio su due livelli: quello consapevole in grado di cogliere il costrutto e la sequenza del racconto; quello inconscio o inconsapevole che lega il significato della storia ad informazioni personali custodite nelle zone recondite dell’ascoltatore. Il linguaggio metaforico viene diffusamente utilizzato in ambiti formativi o da molti oratori che intendono trasferire contenuti rilevanti o delicati attraverso racconti che, grazie alla loro struttura, si forgiano del potere di arrivare in modo molto più incisivo all’uditorio.

ESSERE CONGRUENTI
In ogni modo, qualunque sia il contenuto o la modalità comunicativa prescelta, affinché questa possa essere ben recepita, è essenziale che l’emittente del messaggio si dimostri assolutamente “congruente” nella sua forma espressiva.
Per comprendere il significato di “congruenza” , l’autore ci ricorda innanzitutto che ogni comunicazione umana avviene su tre diversi livelli: quella verbale (parole), quella paraverbale (tono, volume, timbro ecc.) e quella non verbale (il comune linguaggio del corpo). Ogni livello ha un peso specifico: un 7%, per la parte verbale, un 38% per quella paraverbale ed il rimanente 55% deputato alla componente non verbale. Essere congruenti significa allineare in modo perfetto i diversi componenti della comunicazione e far si che nessuno di essi contraddica l’altro. Dire “sono davvero felice!” e mostrare uno sguardo triste e contrito è un tipico esempio di comunicazione “incongruente”. In ambito professionale apparire congruenti e lineari nei propri eloqui, durante un intervento in una riunione o nel corso di un discorso congressuale è fondamentale per dare fiducia e trasferire credibilità. Contraddire i propri valori e le proprie convinzioni significa trasferire segnali incongruenti e dissonanti che la parte inconscia del nostro interlocutore potrebbe facilmente intercettare, provocando quella sensazione negativa che lo porterebbe a pronunciare la tipica frase: “c’è qualcosa che non mi convince in quella persona !”.