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sabato 1 gennaio 2011

Intervista al regista Denis Villeneuve

Titolo : La donna che canta
Sottotitolo : Intervista al regista Denis Villeneuve
a cura di Radiocinema.it /  Testi di Giovanna Barreca


Una buona sceneggiatura dovrebbe sempre sorprenderci ma il più delle volte, per quanto ben scritta, una volta tracciata viaggia su canoni classici che difficilmente possono sorprenderci. La donna che canta di Denis Villeneuve, presentato alla 67esima Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Giornate degli autori, invece sorprende e sconvolge perchè si giunge agli ultimi minuti del film completamente impreparati.
Ci sono violenza e misericordia nella pellicola che si è guadagnata la menzione per il miglior Film perchè “i personaggi trovano la loro strada tramite l’indagine delle loro storie familiari e culturali, sullo sfondo di una cinematografia nitida e una struttura narrativa forte e sorprendente”: questo hanno deciso i 27 giovani spettatori europei del progetto della Commissione Cultura ed Educazione del Parlamento Europeo che l’hanno votato.
In uscita con Lucky Red, il film parte dalla lettura del testamento di una donna che chiede ai due figli gemelli di ritrovare il padre e un fratello del quale non conoscono l’esistenza. Inizia così un viaggio nel tempo che li porterà dal Quebec al Medioriente, terra d’origine della madre, per scoprire poi un misfatto privato perpetrato nel generale contesto di violenze pubbliche: la guerra.
"Arrivando in Giordania ho provato una forte sensazione di smarrimento che ho trasmesso al mio personaggio", racconta l’attrice Mélissa Désormeaux-Poulin che interpreta Jeanne.
Sarà proprio il volto di Jeanne a guidarvi e sconvolgervi: con lei scoprirete il dramma dello stupro vissuto dalla madre e l’identità dello stupratore. Ed è sempre attraverso il volto della giovane donna e quello della madre che viviamo, dopo la collera e l’odio, gli ultimi intensi minuti che contengono un forte messaggio di perdono e di speranza.

In che modo si è avvicinato alla piecès teatrale di Wajdi Mouawad per trasformarla in una sceneggiatura cinematografica?

Ho dovuto fare un lavoro molto particolare. Dopo aver avuto carta bianca da Wajdi, ho dovuto cancellare alcune delle immagini della piecès per tornare all’origine, alla fonte delle idee e portarle verso il cinema. Il testo mantiene la stessa struttura drammatica e gli stessi temi ma ha richiesto una riscrittura totale.

Parlare del Medioriente per una storia di odio e poi di perdono è stata una scelta voluta e per quale motivo?

Una scelta importante che mi sono posto all’inizio della scrittura anche perché già nella pièce non viene individuato un luogo specifico. Confesso di aver avuto la forte tentazione di ambientare il film in una realtà storica ben precisa come quella del Libano ma presto mi sono reso conto che si sarebbe stato un gravissimo errore anche perché si tratta di un conflitto che non ha una verità ma tantissimi punti di vista anche contradditori e come canadese non potevo inserirmi in maniera credibile in un contesto così complesso. La mia è una storia che parla di collera e rabbia ma non vuole provocare tali sentimenti. Volevo proporre una sorta di ritratto non politico. Ho fatto tante ricerche e poi ho creato una regione immaginaria ispirata alla realtà.

Come in Polytechnique dimostra un’ottima capacità di lavorare sui personaggi femminili. Ma perché ha deciso di passare da una storia così radicata nel presente alla saga di violenza di La donna che canta?

In tutti i miei lungometraggi mi focalizzo sulle donne ed è una cosa sulla quale ho smesso di pormi domande. Le due pellicole racchiudono sensibilità simili: entrambe trattano la condizione femminile e la violenza. Nel primo caso parto da un fatto storico e poi calato in un film di finzione ma col secondo condivide lo stesso elemento di grande responsabilità. Inoltre è anche vero che ho lavorato ai due film praticamente in contemporanea; quando ero a Cannes a presentare Polytechnique, stavo ultimando le riprese di La donna che canta.


Scheda

SCHEDA DEL FILM
Regia di Denis Villeneuve
Canada, Francia 2010, 130’, 35mm, colore
Sceneggiatura Denis Villeneuve, tratto da un testo teatrale di Wajdi Mouawad
Fotografia André Turpin
Montaggio Monique Dartonne
Musica Grégoire Hetzel
Scenografia André-Line Beauparlant
Costumi Sophie Lefebvre
Interpreti Lubna Azabal (Nawal Marwan), Mélissa Désormeaux-Poulin (Jeanne Marwan), Maxim Gaudette (Simon Marwan), Rémy Girard (Notaire Jean Lebel)