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martedì 1 marzo 2011

...e la luce fu.

...e la luce fu.

La luce costituisce uno degli elementi portanti dell’architettura di tutti i tempi, solo con la luce si percepisce lo spazio, “luce e spazio sono inscindibili” scrive Siegfried Giedion, la luce che penetra come una lama la verticalità delle strutture gotiche, che avvolge vorticosa gli edifici barocchi, che sottolinea ordinatamente la fuga prospettica dell’architettura rinascimentale, la luce che introduce i ritmi della natura nell’opera dell’uomo, il sole, le ombre, l’alba, il tramonto, il buio. Senza luce l’architettura non avrebbe alcuna plasticità, non sarebbe neppure fisicamente praticabile, sarebbe un guscio vuoto triste ed opaco.

Oggi, grazie alle moderne tecnologie nel campo dell’illuminazione, il binomio luce/architettura può venire ulteriormente reinterpretato ed attualizzato per esiti solo poco tempo fa impensabili ed irrealizzabili, dando vita ad un inedito linguaggio che utilizza la luce artificiale come elemento scenico per integrare e raccontare l’architettura.
Sempre più numerose sono le città non solo italiane che, con vari pretesti, organizzano spettacolari lighting event, sorta di performance ambientali che enfatizzano lo spazio urbano con ‘effetti speciali’ realizzati con l’impiego di led (acronimo dell’inglese Light Emitting Diode) o, in modo ancora più spettacolare, con la proiezione di gigantografie policrome luminose su superfici insolite come facciate di palazzi storici, chiese, monumenti: grazie a tecniche di proiezione cinematografica all’avanguardia, è possibile sovrapporre un bouquet di rose o un sontuoso sipario rosso alla facciata neoclassica della scala di Milano oppure una variopinta trama astratta su quella della Triennale, con l’intento di sollecitare nello spettatore un’esperienza emotiva inconsueta ed indurre l’impressione di muoversi su un palcoscenico en plein air.
L’inattesa sollecitazione dà l’avvio ad un viaggio di scoperta in cui, utilizzando ‘occhi nuovi’, si possono vedere inesplorati aspetti del quotidiano e leggerli come metafora delle emozioni che accompagnano il percorso spaziale dentro un evento diffuso e condiviso.
L’attraversamento della città può così divenire esperienza di una ‘geografia emozionale’ che fa percepire il mondo fisico e architettonico in cui ci muoviamo attraverso la chiave del sentimento, della percezione irrazionale, dell’interpretazione soggettiva.

Credo che questa forma di lighting design, di arte urbana, perché di arte si tratta, seppure ad alto contenuto tecnologico, troverebbe il più fantastico campo di sperimentazione nelle zone degradate delle metropoli del mondo, su frontespizi ciechi, edifici popolari, facciate prive di ogni pregio, per dimostrare come la magia della luce possa rendere bella anche una parte di città senza rilevanze artistiche e architettoniche o come possa riscattare un contesto decisamente brutto, magari per una sola notte, la notte dei miracoli di periferia.

Spero che accada, credo nella possibilità che la prossima Light Exhibition si collochi nei quartieri dormitorio delle grandi città, in qualche baraccopoli, nelle favelas, che la luce avvampi luoghi e spazi destinati all’abbandono e all’oblio e che mille notti dei miracoli si accendano come falò sotto la luna.

E se si crede ai miracoli, i miracoli cominciano ad accadere.