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giovedì 20 novembre 2014

E' italiano l'erede forse dimenticato di Mozart, si chiama Emmanuele Borgatta

di Fabio Buffa

Emmanuele Borgatta rappresenta una delle personalità più geniali e al tempo stesso misteriose  che la nostra nazione  abbia creato negli ultimi secoli. Basti pensare che divenne un instancabile concorrente di Giuseppe Verdi, fu paragonato a Gioacchino Rosssini ed ebbe come insegnante di musica uno dei “formatori” artistici di Mozart.  I suoi primi trent’anni di vita furono vissuti sempre ai cento all’ora, bruciando le tappe in modo vertiginoso. Fin da giovanissimo era destinato ad una carriera musicale eccellente di pianista e compositore. I suoi stessi maestri lo elevarono a studente e artista modello, degno di entrare già adolescente nei migliori e raffinati contesti culturali del nord Italia. Ma nel momento in cui fu in procinto di raggiungere l’obiettivo più elevato del proprio lavoro, iniziando una gratificante collaborazione con il Teatro alla Scala di Milano, subì un’aggressione che gli recò uno shock emotivo tremendo da cui non si riprese più, trascorrendo i successivi quarant’anni della propria vita nel più profondo oblio. 



Borgatta nacque ad Ovada, dove la provincia di Alessandria si sposa con l’entroterra genovese,  il 5 ottobre del 1809: il padre, Giacomo, era farmacista mentre la madre, Clara Ivaldi, era casalinga. Anche se nessuno dei familiari era artista, il nucleo in cui nacque Emmanuele era certamente incline ad apprezzare il valore della musica, tanto che fu indirizzato a studiare fin da piccolo pianoforte. Dimostrò subito grande dimestichezza sulla tastiera, al punto che a soli quattordici anni il padre lo iscrive al Liceo Filarmonico di Bologna, sotto la guida di Stanislao Mattei, francescano, compositore e gregoriani sta, nonché considerato l’erede artistico del grande Maestro Giovanni Battista Martini, insegnante, tra gli altri, di Wolfgang Amadeus Mozart . 
Mattei era un duro e severo professore, per nulla incline a far trapelare simpatie o apprezzamenti artistici verso gli allievi, ma Emmanuele Borgatta, con il suo carattere umile e al tempo stesso schietto e solare, attira subito i complimenti dell’insegnante.  Per diventare Maestro di musica il corso di studi doveva durare tre anni, ma il giovanissimo artista ovadese acquisì il prezioso diploma dopo soli due anni, ovvero nel 1826. Diciassettenne fu subito apprezzato nella città di San Petronio, al punto che fu paragonato a Gioacchino Rossini,  che studiò proprio a Bologna e che due anni prima aveva deciso di trasferirsi a Parigi per scrivere l’opera “Il Viaggio a Reims” in onore di Re Carlo X di Francia. Proprio per la decisione di Rossini di lasciare l’Italia, qualcuno indicava Borgatta (più giovane di Rossini di 17 anni) come erede del compositore del Barbiere di Siviglia. 
Qui giunge la fase in cui il compositore di Ovada lascia Bologna per avvicinarsi a casa, arrivando fino a Genova. Città allora assai vivace sotto il profilo artistico musicale, grazie all’influenza esercitata da Niccolò Paganini,  natio proprio del caruggio di via del Colle. Borgatta venne subito inserito nei maggiori contesti artistici della città ligure, esibendosi nei salotti dell’aristocrazia. A vent’anni però capisce che per maturare in modo decisivo sotto il profilo artistico avrebbe bisogno di vivere per un po’ nella città che in Europa in quel tempo rappresentava la capitale culturale per eccellenza. Si recò quindi a Londra, dove con un po’ di fortuna entrò nel novero della Royal Academy: qui incontrò il pianista e compositore Johann Baptist Cramer (in buoni rapporti con Beethoven) e il musicista ceco Ignaz Isaac Moscheles, colui che creò una tecnica di insegnamento per pianoforte ancora oggi utilizzata nella preparazione degli allievi. Per Borgatta queste frequentazioni furono l’occasione per una decisiva maturazione artistica. Acquisisce grandi capacità nel melodramma, nell’attitudine  a mettere in musica l’opera. E si emancipa artisticamente anche nella tecnica del virtuosismo, tanto caro alla borghesia di estrazione “Biedermeier” di allora e caratterizzato da una solennità musicale mediata dalla sobrietà. 
A 23 anni Emmanuele Borgatta approda a Milano: in breve tempo diventa un concorrente di Giuseppe Verdi, che allora diciannovenne si esibiva raccogliendo a volte qualche critica. Invece Borgatta no, anzi, le cronache di allora parlavano di lui come di un talento incontrastato, capace di suonare (e scrivere musica) con testa e cuore, con naturalezza e tecnica. Nei salotti dell’aristocrazia milanese  Emmanuele Borgatta diventa un punto di riferimento prezioso, tanto da essere ingaggiato come insegnante d’eccellenza per i giovani rampolli di quel mondo. 
Il Teatro Carlo Felice di Genova gli commissiona due opere:  Il Quadromaniaco e Francesca da Rimini. L’entusiasmo genovese per questi due lavori  resero ancor più popolare il nostro Borgatta, così nel 1839, a trent’anni, entra a far parte del gruppo degli autori della Scala di Milano. La direzione scaligera gli commissiona un’opera che l’ovadese si mette subito a scrivere. 
Ma questo è anche il momento della svolta drammatica della vita di Emmaneule Borgatta: una sera della primavera del 1839, verosimilmente dopo una lunga giornata di lavoro per scrivere il melodramma commissionato, mentre percorre le strade milanesi  viene avvicinato da alcuni brutti ceffi  che lo minacciano di morte se non avesse lasciato immediatamente la città, e gli portano via con violenza lo scritto. Borgatta rimane profondamente  scioccato, al punto che entrerà in una condizione di grave alterazione psichica da cui non si riprenderà più. Neppure un lungo periodo di ricovero ospedaliero ne lenirà  la grave sofferenza, anzi probabilmente la aggraveranno ancora di più. Borgatta entra in una vera condizione di oblio, dimenticato da tutto e da tutti. Un oblio che lo accompagnerà per quarantaquattro lunghi anni, fino al giorno della sua morte, il 2 aprile 1883. 
Ci si chiede il motivo dell’aggressione e di quella vile minaccia: certamente il nostro artista con quella carriera brillante e veloce nel raggiungere le vette della notorietà e dell’apprezzamento attirò le invidie di molti (anche di Giuseppe Verdi?). Ma perché  venne dimenticato fino alla morte? Come fosse diventata  una personalità scomoda? Forse per le sue simpatie per l’unità d’Italia? Quindi per motivi non solo artistici ma anche politici. E’ difficile giungere ad una spiegazione tangibile.