venerdì 24 ottobre 2014

Gilberto Mazzi con la sua canzone "Se potessi avere mille lire al mese..."

Rimarrà nella storia della musica italiana
a cura di Fabio Buffa - Slide Italia

E’ una canzone che non passerà mai di moda. Una canzone che da settantacinque anni ci rimbomba tra un timpano e l’altro non appena (soprattutto in tempi di crisi come questi) il sogno di ognuno di noi è quello di  guadagnare qualche Euro in più. Sognando inaspettate entrate economiche ecco che ci torna alla mente quel motivetto…. “se potessi avereeee…mille lire al meseeeee…”.
In un’indagine di alcuni anni fa fu inserita nel novero di brani più popolari in Italia. Gli esperti la posero tra le canzoni evergreen. Parliamo, naturalmente, di “Mille lire al mese”, che nel 1939 sbancò, diventando una sorta di inno nazionale. Negli anni del boom economico fu rispolverata come beffardo sfottò ad una povertà che consideravamo alle spalle, negli anni ottanta accompagnò la nascita dello yuppismo e dell'edonismo reaganiano, nei novanta quello della luna di miele col bipolarismo. Ed oggi è una delle più popolari sdrammatizzazioni della crisi economica globale. Ma chi cantava “Mille lire al mese?”.


Era un alessandrino, che i ben informati dicono che da giovanissimo facesse esercizi da autodidatta per “limare” quella “erre moscia” tipica di chi è nato tra Tanaro e Bormida. Quella voce sorniona, agrodolce, gonfia di ironia, arrivava dall'ugola di Gilberto Mazzi, nato il 3 gennaio 1909. Alessandria gli consegnò le prime lezioni di canto, lui poi si trasferì a Milano, poco più che adolescente. Poi per qualche mese partì verso gli Stati Uniti, un po’ per turismo e un po’ per sondare il terreno per un’eventuale carriera americana. E’ lo stesso Mazzi a raccontare che negli States ebbe la sua prima esperienza davanti ad un microfono, in occasione di un'intervista che un cronista gli fece circa le sue impressioni (di italiano) sulla città statunitense dove si trovava: New York.

Nel 1938 a Mazzi capita l'occasione della vita: partecipa (tra l'altro con un'altra cantante alessandrina, Maria Jottini) alla gara nazionale per gli artisti della canzone, indetta dalla Eiar: è l'ottobre del 1938 e tre mesi dopo, proprio grazie a quel concorso, entra a far parte del cast radiofonico nazionale, diventando cantante con le orchestre di Cinico Angelini, Pippo Barzizza e di Tito Petralia. Questo fu il trampolino di lancio che permise a Gilberto Mazzi di entrare a far parte di un contesto che, nel 1939, gli permise di vedersi affidare la canzone “Mille lire al mese” scritta alcuni mesi prima; è un motivetto fox-trot, swingeggiante, messo giù da Carlo Innocenzi (musica) e Alessandro Sopranzi (parole), con arrangiamenti di Pippo Barzizza. Come esce la canzone ha un successo inaspettato e Gilberto Mazzi diventa il cantante più popolare del momento. “Se potessi avere mille lire al mese, senza esagerare, sarei certo di trovar tutta la felicità”. Con queste parole Gilberto Mazzi disegna il bel paese di quei tempi. Un'Italia  povera e con la seconda guerra mondiale alle porte. Il cantante alessandrino recita il desiderio di una nazione di uscire dall'emarginazione sociale, accontentandosi “senza esagerare” di un tranquillo benessere.  

Il regime fascista vuole illudere gli italiani che la nostra nazione è una potenza piena di vigore e prosperità. Ma gli italiani, nel silenzio della paura delle ritorsioni politiche, sono consapevoli che fame e povertà li stanno trascinando nell’oblio. In “Mille lire al mese” Gilberto Mazzi cantava così: “che diperazion, che delusion, dover campar. Sempre in disdetta, sempre in bolletta. Ma se un posticino, doman cara, io troverò, di gemme d'oro di coprirò. Se potessi avere, mille lire al mese...”. 
In realtà mille lire al mese, come stipendio, non era uno sproposito: nel 1985, Alessandra Lescano, una delle sorelle dell'omonimo Trio, confidò in un'intervista a Natalia Aspesi che nel 1939 loro (ovvero il Trio) 1000 lire le guadagnavano al giorno. 1000 lire era lo stipendio di un medico, pari alle attuali 750 euro. Naturalmente tutto andrebbe ricalcolato in termini coerenti con quei tempi là, e non è errato affermare che con 1000 lire nel 1939, ragionando in potere d'acquisto, ci potevi fare ciò che oggi compreresti con 2500 euro. 
Mazzi, sempre nel 1939, canta poi “Mustafà”, “Juanita”, “Era lei, si si”, “Ma quando te ne vai”, “La Vita  è bella”, “Cara Carolina” e “Suona la trombettina”, più altri motivi meno noti. Nel 1940 passa al cinema: recita, con la Jottini, in “Ecco la Radio”, mentre nel 1943 è accanto a Macario in “Macario contro Zagomar”.  Nel 1950 lo troviamo con quel maestro dell'ironia che fu Tino Scotti in “E' arrivato il cavaliere”, un film di Steno e Monicelli, che rappresenta uno straordinario quanto ironico esempio di avanguardia, comicità e surrealismo. 
Ma la versatilità di Gilberto Mazzi non ondeggia solo tra canzone e filmografie: Mazzi è doppiatore e abile conduttore radiofonico. 


Il suo cuore si fermò a Roma l' 8 giugno del 1978: è seppellito al cimitero Flaminio. 
Fu un personaggio dotato di coraggio ed ironia: seppe seguire le proprie intuizioni artistiche senza farsi prendere dalla paura del cambiamento. Gilberto Mazzi fu spirito eclettico, capace di passare dalla canzone, alla radio, al cinema con una naturalezza unica. Mazzi reciterà in ben 25 film , tra cui citiamo anche “La folla”, “Un Amore a Roma”, di Dino Risi e “Soldati e caporali” accanto a Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Ma l'apparizione più importante per Mazzi è certamente quella nel film di Carlo Lizzani “Mussolini ultimo atto”, del 1974: qui il nostro concittadino recita accanto a Henry Fonda, Franco Nero e Rod Steiger, uno dei grandi cattivi di Hollywood, che ricopre la parte di Benito Mussolini. 
Nel 1968 fece anche televisione: recitò con il Quartetto Cetra nella serie di commedie comiche musicali “Non cantare spara”, dove veniva rappresentato in termini goliardici e satirici il mondo del western, con la bella del saloon, il cattivo, gli indiani... Con Gilberto Mazzi apparve per la prima volta in Tv Fiorella Mannoia. Allora era una ragazzina di 14 anni e faceva la controfigura, assieme ai fratelli.