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giovedì 4 novembre 2010

CONSIGLI PER LA MENTE del Dott. Andrea Ronconi ( Slide 6 )

Caro Dottore, mi sono affannato praticamente da sempre prima negli studi e poi nel lavoro per eccellere e ora gli altri mi ritengono una persona “arrivata”. Ho sempre saputo che forse avrei potuto godermi la vita dedicandomi di più alle gioie del quotidiano, ma impegni e obiettivi facevano slittare questa opportunità in un futuro non meglio definito. Alla soglia dei 50 anni ho fatto un bilancio della mia vita personale e relazionale che avevo cercato di evitare perché mi procurava troppo disagio e ora devo ammettere di essere profondamente in crisi.



RISPOSTA : Gent.mo Signore, credo che la crisi esistenziale che lei sta attraversando in questo momento della sua vita sia abbastanza tipica di chi è abituato a percepire il lavoro al di sopra di ogni altro interesse e bisogno, di chi vive dalla mattina alla sera, quasi sette giorni su sette, un grande carico di responsabilità in un contesto lavorativo fortemente competitivo e caratterizzato da tensioni, conflittualità e stress costanti. I miei colleghi di lingua anglofona utilizzano il termine di workaholic per definire quelle persone che sviluppano una dipendenza dal lavoro tale da impegnare nella sola attività lavorativa tempi e energie eccessivi, spinti non tanto da una scelta serena o dalla necessità di sussistenza ma da un bisogno abnorme cui non riescono a resistere. Tali persone a volte riescono dietro suggerimento altrui a dedicarsi una vacanza ma con difficoltà riescono a godersela veramente e rischiano, al ritorno dalle ferie, di ritrovarsi nuovamente inghiottiti nei vecchi meccanismi mai risolti perché mai affrontati seriamente. Se per troppo tempo si sono trascurati i bisogni più genuini in nome dello status e della realizzazione sociale e professionale, il compito non è di facile soluzione perché richiede di riposizionare se stessi al centro delle proprie esigenze e attenzioni, insieme ai propri affetti quindi al partner, alla famiglia e agli amici. Ci sono diversi gradi prima di raggiungere quelle situazioni, francamente patologiche, nelle quali si arriva a dedicare compulsivamente la quasi totalità del tempo a disposizione al solo lavoro. Non di rado in queste situazioni limite le persone possono rimanere sole, perdere legami importanti (moglie/marito, amicizie ecc.) e aumentare così il proprio disagio emotivo e relazionale. Per queste persone e per le loro famiglie ci sono dei programmi di trattamento creati ad hoc e finalizzati a interrompere la corsa al lavoro eccessivo per ridistribuire le energie verso altri ambiti e dimensioni dell’esistenza. Solitamente questi programmi aiutano in prima istanza ad apprendere strategie e modalità per frenare il superlavoro e organizzare oasi di tempo libero. Solo in un secondo momento si affronteranno le difficoltà relazionali e familiari. Infine la persona sarà guidata a riprendere i vecchi interessi e hobby e a trovarne di nuovi per vivere momenti piacevoli. L’obiettivo generale è quello di aiutare la persona a organizzare diversamente il tempo a disposizione e a integrare i bisogni emotivi e relazionali con quelli professionali. È necessaria una prima valutazione del grado di difficoltà che la persona sta attraversando, anche perché non è possibile generalizzare, non a tutte le persone che lavorano dalla mattina alla sera può essere diagnosticata una “dipendenza da lavoro”. L’eccessivo impegno lavorativo può essere anche il sintomo di una depressione o di un altro disturbo emotivo che andrebbe comunque riconosciuto e curato adeguatamente, prima che possa mascherarsi da abitudine o nascondersi dietro una caratteristica di personalità. I rischi di una mancata, ritardata o errata psicodiagnosi possono portare a cronicizzazione e aumentare i disagi correlati. Si tratta di tornare a essere come le tante persone che sono solo semplicemente la corsa al lavoro, perché pare che aumentare la sola consapevolezza del problema non basti a migliorare ben motivate perché amano il proprio lavoro e gli dedicano un tempo sufficiente e necessario, senza però trascurare i propri bisogni extraprofessionali e mantenendo una vita relazionale e sociale soddisfacente.