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sabato 4 dicembre 2010

Il Padre delle colonne sonore Made in Italy Louis Siciliano

Il Padre delle colonne sonore Made in Italy
Slide ha incontrato Louis Siciliano
a cura di Alessandro Aniballi in collaborazione con RadioCinema


Abbiamo incontrato Louis Siciliano, compositore, polistrumentista, direttore d’orchestra e autore di colonne sonore che negli ultimi anni hanno segnato buona parte del cinema italiano, da La febbre di Alessandro D’Alatri nel 2005 per cui Louis ha vinto il Nastro d’Argento, fino a Happy Family e 20 sigarette, entrambi del 2010 e grazie a cui Siciliano è stato premiato compositore dell’anno vincendo il premio Cinecittà Award. Louis Siciliano il 30 ottobre scorso si è esibito in concerto con il suo ensemble per la festa di Radiocinema durante il 5° festival internazionale del film di Roma proponendo una selezione di colonne sonore dai film di genere italiani degli anni Settanta.

Come nasce la tua passione per la musica?
Ho iniziato da bambino. Per gioco armeggiavo in cucina con pentole e cucchiai. Mi dicevano che ero molto rumoroso. E ancora adesso amo il rumore come mezzo espressivo; campiono rumori, lavoro su sonorità elettroniche e sfondi sonori. Mi interessano perché danno contemporaneità a quello che è il suono della soundtrack. Come insegnano i futuristi, infatti, il confine tra suono e rumore non esiste. Mi piace mantenere sempre vivo questo spirito di ricerca nel segno del gioco, to play come gli inglesi definiscono il termine suonare.

Tu nasci a Napoli nel 1975. Che importanza ha la tua città per la tua musica e per il tuo modo di essere?
Io sono un apolide napoletano. Nasco in una città in cui da subito senti di appartenere al mondo. Lì c’è una tale stratificazione culturale che parte dai greci e arriva ai normanni, per passare ai francesi, agli spagnoli, per non parlare degli influssi inglesi che visitavano spesso Napoli nell’Ottocento. E poi il rapporto con gli americani, con la Nato. Io mi ricordo che da ragazzino facevo delle jam sessions e venivano dei musicisti americani pazzeschi. Suonavamo fino alle sei di mattina. Grazie a Napoli, al suo porto, ho percepito da subito i suoni e le culture di tutto il Mediterraneo, dal Maghreb all’ex Jugoslavia. Si respirava questo clima, ci si confrontava con altre culture e altre sensibilità. Era una cosa talmente naturale che poi quando mi sono trasferito a New York, dove ho vissuto per quasi nove anni, mi sentivo comunque a casa. E parecchi afro-americani con cui ho legato molto, tutti grandi musicisti, mi dicevano proprio questo: “voi napoletani avete questa cosa che siete a vostro agio ovunque”. E ringrazio la mia città per questa apertura verso il mondo. Anche se purtroppo in Italia oggi la musica e la cultura, per non parlare del cinema, sono all’ultimo posto della graduatoria. Non è solo un problema economico, ma direi culturale. Ci stiamo dimenticando la scuola, che dovrebbe essere preposta a formare i ragazzi, e invece ha delegato tutto alla TV trash. Io piuttosto ho avuto la fortuna di crescere in questi locali, dove si faceva un sperimentazione piena di aperture. Poi ho approfondito la musica classica araba, iraniana, la musica indiana, perché trovo che non c’è un sistema musicale, ce ne sono vari e ciascuna tradizione è affascinante. Secondo me siamo in un buon momento storico per la musica, se non fosse per questi personaggi che amministrano la cultura in Italia. È un buon momento perché tocca a noi rileggere la grande tradizione musicale del Novecento. Il nostro compito è scremare quell’esperienza. E in questo il cinema è importante, perché dà la possibilità di utilizzare varie tecniche e vari linguaggi.

Ecco, arriviamo infatti al tuo passaggio nel mondo del cinema, alla colonna sonora. Hai cominciato nel 2003 con il filmLa preparazione, vero?
Sì, ma in realtà avevo già cominciato in America dove lavoravo come orchestratore, all’interno della catena post-produttiva. Ero alla Disney Channel, dove mi occupavo di orchestrazione di cartoons, un ambito nobile, se pensiamo che a suo tempo queste orchestrazioni venivano fatte da grandissimi compositori. Ero andato negli USA perché volevo fare il direttore d’orchestra, visto che all’epoca in Italia le orchestre stavano chiudendo, e oggi la situazione purtroppo non è diversa. Poi ho studiato ingegneria del suono. Credo infatti che se uno come Bach fosse nato oggi si sarebbe catapultato in questo mondo meraviglioso delle tecnologie. Quindi ho anche imparato a registrare dischi, a confezionare il cosiddetto prodotto. Sì, mi viene l’orticaria a dirlo, ma è così, è un aspetto fondamentale del nostro lavoro. E infine ho approfondito le possibilità che offre la spazializzazione. Chi non fa musica magari non lo sa, ma oltre alla melodia, all’armonia, al ritmo, ha un posto fondamentale anche la spazializzazione in cui si usano varie fonti sonore, varie piste. Tutto questo lo devo alla mia esperienza americana.

Ma com’è allora comporre colonne sonore in Italia? Ricordiamo che hai lavorato tra gli altri con D’Alatri, Salvatores e Amadei.
Nonostante ci si trovi in un paese in cui è sempre più difficile fare cinema, un paese in cui la forma mentis televisiva si è trasferita al cinema, io ho avuto sempre la possibilità di lavorare con dei team pazzeschi, con persone appassionate del proprio mestiere. E questo ha fatto sì che anch’io potessi imparare da loro. Per quanto mi riguarda mi pongo sempre in un’ottica ricettiva. Ricorderei anche Due vite per caso un film di Alessandro Aronadio di cui vado orgoglioso ma che ha avuto vita difficile per motivi extracinematografici. Con lui e con gli altri ho condiviso dei valori, quello per cui il cinema serve ad alimentare la mente, lo spirito.

Lo scorso 30 ottobre hai tenuto un concerto per noi di Radiocinema. Raccontaci la tua.
Ribadisco un ringraziamento a tutto il team di Radiocinema, capeggiato da Alessandro Casanova. Ho chiamato il mio gruppo Louis Siciliano Journey perché per me la musica è un viaggio. In questo caso il programma della serata, che adesso porteremo anche in giro, ha preso il nome di Cinema Night Italia perché si tratta di un omaggio alle colonne sonore del cinema di genere degli anni Settanta in Italia, un periodo meraviglioso, una stagione di grande indipendenza e creatività. La peculiarità di questo spettacolo dal vivo è stata che insieme al mio ensemble composto di dodici elementi abbiamo fuso le sonorità del jazz con quelle della soundtrack, poggiando il tutto su un’elettronica di oggi. E come se questi brani venissero suonati dal vivo con una mentalità da remixer.
Il tuo ultimo lavoro quale è stato?
5 di Francesco Maria Dominedò, un film di genere, un poliziottesco di cui sono molto contento, perché bisogna ritornare a quel tipo di cinema. E poiché era un film a basso budget, mi sono auto-registrato e ho suonato trenta strumenti, a partire dalla batteria che non suonavo dai tempi del liceo!