Giorgia Meloni, la leader che potrebbe vincere un’elezione europea



 di Dr Orhan Dragaš

Immaginiamo che domani l’Unione europea diventi una federazione e che quasi cinquecento milioni di europei eleggano direttamente il leader cui affidare il potere esecutivo. Niente presidente della Commissione scelto dopo settimane di trattative tra governi, famiglie politiche e quote nazionali, né cariche costruite in modo da non irritare troppo nessuno. I cittadini ricevono un’unica scheda elettorale e devono scegliere un volto, un carattere, una direzione. In un’Europa segnata dalla guerra, dalle migrazioni, dalla vulnerabilità energetica, dalla pressione cinese sull’industria e da un rapporto sempre più esigente con l’America, Giorgia Meloni entrerebbe oggi in quella competizione come una delle candidate più credibili alla vittoria.

Quattro anni fa, in buona parte di Bruxelles, un’affermazione del genere avrebbe suscitato scherno. Quando nell’ottobre 2022 assunse la guida del governo italiano, si parlava molto più di come le istituzioni europee avrebbero «addomesticato» Meloni che della possibilità che fosse lei a influenzarle. Da allora, molte delle questioni per le quali veniva descritta come troppo dura, troppo nazionale o troppo poco bruxellese sono arrivate al centro della politica europea. Meloni è rimasta una leader conservatrice, con posizioni nette su frontiere, famiglia, interesse nazionale e forza industriale, ma ha dimostrato di saper guidare la terza economia dell’eurozona, tenere insieme la coalizione, lavorare con la Commissione, restare saldamente dentro la NATO e al fianco dell’Ucraina e dialogare con Washington senza trasformare la politica italiana in politica americana.

La prova più evidente di questo spostamento si trova nella politica migratoria. L’accordo italiano con l’Albania è stato controverso sul piano giuridico e politico e ha incontrato ostacoli seri, ma Meloni, molto prima della maggior parte dei suoi colleghi europei, ha posto una questione che Bruxelles rinviava da anni: è possibile organizzare fuori dal territorio dell’Unione una parte del sistema di rimpatrio di chi non ha diritto a restare nell’UE? Nell’ottobre 2024 Ursula von der Leyen parlava già di «return hubs» nei Paesi terzi e indicava come esempio proprio l’intesa italiana con l’Albania. Il 1° giugno 2026 Consiglio dell’UE e Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo su regole che consentono agli Stati membri di istituire centri di questo tipo fuori dall’Unione e, all’inizio di settembre, Germania, Austria, Danimarca, Paesi Bassi e Grecia cercavano già Paesi con cui realizzarli. Un’idea trattata a Roma come un esperimento pericoloso, due anni dopo è diventata parte del nuovo indirizzo legislativo europeo.

Lo stesso schema si ritrova nel Piano Mattei. Meloni ha chiesto che la politica europea verso l’Africa uscisse dall’abitudine di alternare lezioni morali, aiuti allo sviluppo e riunioni d’emergenza convocate soltanto quando una nuova ondata migratoria arriva nel Mediterraneo, proponendo invece un partenariato di più lungo periodo fondato su energia, infrastrutture, istruzione, agricoltura e investimenti. Ursula von der Leyen ha accolto pubblicamente il piano nel gennaio 2024 e, nel giugno 2025, le due leader hanno presieduto insieme a Roma un incontro nel quale il Piano Mattei e il Global Gateway europeo sono stati collegati attraverso progetti comuni. Un’iniziativa italiana è così entrata nella più ampia politica europea verso l’Africa.

Ancora più netto è stato il cambio di rotta su regole e industria. Durante la campagna per le elezioni europee del 2024, Meloni sosteneva che l’Unione stesse soffocando la propria competitività con un eccesso di norme, che la transizione verde dovesse fare i conti con fabbriche, posti di lavoro e realtà tecnologica e che l’industria automobilistica europea non potesse difendersi dalla Cina mentre Bruxelles le legava le mani. Già nel marzo 2025 il Consiglio europeo chiedeva una drastica riduzione degli oneri amministrativi e regolatori, mentre la Commissione faceva proprio il lessico della semplificazione e della maggiore competitività. Oggi parla anche di preferenze europee negli appalti pubblici e di tutela dei settori strategici, mentre Italia e Francia chiedono misure di salvaguardia contro il forte aumento di alcune importazioni dalla Cina. Il linguaggio che un tempo sembrava la ribellione di Meloni contro i funzionari di Bruxelles è finito nei loro stessi documenti.

È qui che si vede la differenza tra un leader politico e quel ceto di professionisti della gestione europea che ha perfezionato l’arte di diluire ogni idea fino a renderla innocua e incapace di smuovere davvero qualcuno. Le istituzioni europee hanno ottimi giuristi, economisti e amministratori, ma la politica comincia dove finisce la possibilità di nascondere la responsabilità dietro la procedura. Meloni prende posizione quando quella posizione non è ancora al riparo dalle conseguenze, rischia la critica e paga un prezzo se sbaglia. Per questo provoca spesso resistenze, ma l’elettore sa chi ha deciso e perché. Di fronte a lei c’è una parte della classe politica europea diventata accettabile quasi a tutti e riconoscibile quasi da nessuno, un handicap serio in un’epoca in cui guerra, migrazioni, energia e industria chiedono decisioni, non comunicati perfettamente equilibrati.

Sull’economia italiana serve una precisione particolare. Nel 2022 Meloni ha ereditato un Paese con un debito pubblico superiore al 140 per cento del PIL, insieme a problemi che durano da decenni: bassa produttività, crescita modesta, declino demografico e forti divari tra Nord e Sud. Il suo governo può essere giudicato soltanto per come ha gestito questa eredità. Il deficit è sceso al 3,1 per cento del PIL nel 2025, la Commissione europea prevede il 2,9 per cento per il 2026, S&P ha alzato il rating italiano a BBB+ nell’aprile 2025 e, entro giugno 2026, l’Italia aveva ottenuto circa l’85 per cento delle risorse di NextGenerationEU. La crescita resta debole e il debito continua a pesare, ma il Paese che i mercati hanno a lungo associato d’istinto all’instabilità politica e fiscale non è più il primo bersaglio del nervosismo europeo. Nel frattempo Meloni ha tenuto insieme la coalizione e conservato l’iniziativa politica mentre la Francia attraversa una fase di instabilità cronica e il governo tedesco lavora sotto una pressione crescente dell’AfD. Roma oggi offre una continuità che molti partner, un tempo assai più sicuri di sé, non hanno più in casa propria.

Meloni ha tracciato una linea netta anche rispetto a quella parte della destra europea che confonde la sovranità con l’indulgenza verso il Cremlino. L’Italia è rimasta al fianco dell’Ucraina e dentro la risposta atlantica all’aggressione russa, nonostante in alcuni settori della sua coalizione persistano tradizioni ben più morbide verso Mosca. Con Donald Trump ha mostrato un’altra forma di autonomia. È stata l’unica leader di governo dell’UE presente alla sua inaugurazione e ha goduto di un accesso privilegiato alla nuova amministrazione, ma nel 2026 è arrivata anche allo scontro aperto con lui quando gli interessi italiani hanno divergito da quelli americani. La cooperazione con gli Stati Uniti è comunque proseguita, dimostrando che Meloni conosce la differenza tra alleanza e subordinazione politica, una distinzione che l’Europa fatica ancora a tradurre in una propria linea d’azione. È proprio qui che l’ipotesi di elezioni europee acquista un significato politico. Un elettore polacco potrebbe vedere in Meloni la combinazione tra sovranità nazionale e saldo atlantismo, la prova cioè che difendere le proprie prerogative nei confronti di Bruxelles non significa tentennare davanti a Mosca. In Lituania, Lettonia ed Estonia la sua affidabilità atlantica e il sostegno all’Ucraina peserebbero più delle divergenze sui temi sociali, perché lì la qualità di un alleato si misura sulla sua disponibilità a esserci quando la pressione smette di essere materia diplomatica e arriva al confine.

L’elettore tedesco potrebbe arrivare a Meloni per una strada del tutto diversa. Una parte dell’elettorato chiede una politica migratoria più rigorosa, meno burocrazia e una difesa dell’industria schiacciata da energia costosa, procedure lente e concorrenza cinese, ma non vuole compiere un salto politico nel buio. A questo elettore Meloni può offrire qualcosa che la politica tedesca fatica a produrre: una destra capace di raccogliere la protesta e poi governare, di chiedere un controllo più severo dell’immigrazione senza rompere con l’UE e di difendere l’industria senza demolire il mercato unico.


L’elettore francese potrebbe riconoscere in Meloni tutt’altro: l’autorità dello Stato, la disponibilità del leader ad assumersi la responsabilità delle decisioni e la convinzione che l’Europa debba avere un peso proprio davanti a Washington e Pechino. Per l’elettore di centrodestra sarebbe attraente per la fermezza e il senso della dignità nazionale; per chi è deluso dal centro macroniano, per l’energia politica che quel centro sta perdendo; persino per una parte dell’elettorato del Rassemblement National, perché dimostra che una destra forte può arrivare al governo, mantenere lo Stato funzionante e non trasformare ogni conflitto con Bruxelles in una questione di sopravvivenza dell’Unione. Un olandese o un danese potrebbe sostenerla per la politica migratoria che i loro governi stanno ora portando avanti, mentre un greco o uno spagnolo capirebbe la sua insistenza sul fatto che il Mediterraneo non è la periferia meridionale, ma la frontiera esterna dell’intera Europa.

Ognuno arriverebbe al suo nome per una strada diversa, ed è proprio questa la forza della candidatura ipotetica. Meloni non offre un solo tema che per caso si adatta a tutti i Paesi, ma un insieme di qualità che culture politiche differenti possono leggere ciascuna a modo proprio. Per il polacco è sovranità, per i baltici affidabilità, per il tedesco capacità di governo, per il francese autorità e autonomia europea, per i Paesi del Mediterraneo comprensione della frontiera, per le regioni industriali la volontà di mettere lavoro e produzione davanti alla purezza burocratica. Qui sta il suo vantaggio rispetto al candidato senza volto del compromesso, capace magari di passare attraverso il Consiglio europeo ma molto meno di mettere in movimento un continente.

Non c’è bisogno di lodare Meloni tacendo i problemi dell’Italia. Crescita debole, debito enorme e declino demografico restano fardelli seri. Il suo valore sta nell’aver restituito, con questa eredità sulle spalle, stabilità politica, credibilità fiscale e maggiore peso all’Italia in Europa, e nell’aver poi aperto più volte questioni che i suoi critici liquidavano prima che le stesse istituzioni europee finissero per accoglierle. Se domani l’Europa dovesse scegliere un solo leader, Meloni entrerebbe in quella corsa con un vantaggio che nessuna distribuzione di incarichi può creare. Gli europei sanno chi è, cosa vuole e come governa. In un’Europa piena di politici che hanno imparato a risultare accettabili a tutti e riconoscibili davvero a nessuno, questa nitidezza non è più un difetto, ma un vantaggio politico che, in un’elezione diretta, potrebbe bastare per vincere.